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Vacanza a vela in Istria
di Sibillo, Novembre 2000
Ma a che ora arriva questo treno? Accidenti siamo in ritardo. Se non si sbriga quando arriviamo troviamo il supermercato chiuso. Fortunatamente abbiamo fatto in tempo ad arrivare, così fatta la spesa possiamo liberare le cime di ormeggio e salpare per prendere un po' di confidenza con la barca. A proposito domani a che ora si parte? Così presto?! Allora è meglio che vada a letto, è già tardi e vorrei dormire qualche ora. Il problema è che non ho sonno. Poi crollo, sarà stato il cocktail preparato dallo skipper. Una sottile lama di luce passa attraverso la fessura dell'oblò, rischiarando quel tanto che basta a farmi aprire un occhio, poi l'altro; sento dei rumori, qualcuno si è già alzato, ma che ora è? Cerco affannato l'orologio. Eh sì, è ora di partire, anzi siamo un po' in ritardo. Presto issiamo le vele, su il genoa, cazzami un po' quella randa, dai che si va bene con questa brezza. Se arriviamo in orario possiamo fare il bagno in quella spiaggetta isolata. Mi sistemo al centro della barca, staccandomi un po' dai miei compagni di viaggio, per gustarmi il profumo dell'aria e la musica del vento. Strano, mi sento osservato, mi volto verso il resto del gruppo, ma pare che nessuno faccia caso a me: tutti sono occupati a chiedersi e a chiedere quanto tempo ci si mette ad arrivare alla meta, a che ora saremo in marina e poi qualcuno vuole fare in tempo a comprare le cartoline e il dentifricio che ha dimenticato a casa. No, decisamente non sono loro ad osservarmi, la sensazione però è sempre più forte. Un brivido sul collo, mi accorgo dello sguardo penetrante come una spada: è il sole che mi osserva! Anche il vento mi guarda, chiama le nuvole dicendo: eccolo lì. Loro, le nuvole, ridono di me, le sento sghignazzare: è lui quello che ci vuole fermare, vuole chiuderci in quel ridicolo ciondolino che porta legato al polso. Figurati, noi ingabbiate dentro un affarino piatto e tondo, qualche centimetro di diametro, con delle ridicole e presuntuose bacchette che dicono di segnare il tempo che passa; poverino! Mi sento a disagio, senza volerlo, un po' vergognoso, mi ritrovo l'orologio tra le mani, sfilato dal polso, cerco di guardarlo, ma non riesco a vederlo distintamente, che strano. Ad un tratto mi rendo conto di essere completamente sopraffatto da un altro sguardo: fiero, autorevole, enorme, immenso come il mare, ma è il mare. E' lì che mi osserva sconsolato, scuotendo la testa, borbotta qualcosa che non riesco a capire; mi fa sentire piccolo e stupido come in quei giorni in cui ti rendi conto che tutto ciò per cui ti agiti e ti uccidi di stress è sciocco, banale, inutile. In un attimo, con un salto, sale in barca e mi sfila veloce l'oggetto che tengo in mano. Rimango immobile e, per un attimo, sopraffatto, con le mani che si guardano chiudendo una piccola porzione di spazio; poi mi sento finalmente leggero, libero, in viaggio: il mare che credevo arrabbiato e mi aveva fatto paura, mi ha fatto il regalo più prezioso, liberandomi dal mio buffo e presuntuoso concetto di tempo. Vivo felice sensazioni mai provate, gustandole appieno perché non so, e non mi importa, quanto dureranno. Di colpo, come se volesse svegliarmi dal sogno, una voce: eccoci, siamo arrivati. In tempo per prendere il treno che ci porterà a casa. A fatica rimetto addosso le cose che da giorni non porto più, e che stento a riconoscere. Domani mattina, con in mano una piccola tessera, avrò di nuovo l'illusione di fermare il tempo, ma adesso so che è solo una chimera: il mio orologio se l'è tenuto il mare.
Sibillo
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