Le dritte di Jonas
Dubliners
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di Anton, Agosto 2002

Un viaggio è un viaggio, se…quelli di Jonas dicono che ti fai guidare – due guide due – vedrai cieli, mari, prati, paesi, visi, senza la bulimica velocità del turista comunque motorizzato e ingolfato da miliardi di immagini virtuali. Questi del marketing sono proprio originali; so bene quale paga mi verrà andando in bici, mica ti squalificano se arrivi fuori tempo massimo. Però, oltre alla guida, ti propongono il gruppo; un attentato alla consuetudine del walki, tecnologia a protezione di solitudini a volte non cercate. Il graffio dell’insicurezza; la lingua va esercitata.. puoi fare una corsa di 20 km e al rientro dalla prima uscita, che cosa dici: “Pardon sir, I sould like…”? E allora? Vai con Jonas, è il viatico più efficace per toglierti da questi ed altri imbarazzi.
Non vi dirò delle guide, Flavia e Franchie (difficile trovare un’integrazione così armoniosa) ne del gruppo (politically correct), cercherò di dirvi di una passeggiata nella penisola di Howth, a pochi chilometri da Dublino, famosa a detta di Franchie in veste di prof. (sa di tutto: scienze, economia, filosofia, trilingue, segue i programmi culturali di radio Tre) per “…la favolosa zuppa di cozze”. Stimolo plausibile, intenso dopo due giorni di cucina gaelica. Un sole così, senza veli, è un sogno da intrappolare sino a domani, dice il meccanico (traduce Flavia). In meno di un’ora siamo nel porticciolo, dove saggiamente incateniamo le bici e iniziamo la passeggiata verso il promontorio che chiude a nord-est il piccolo golfo. Lasciamo le ultime case del paese, alte sulla costa, e abbandonato l’asfalto, prendiamo il sentiero che, pur digradando verso altopiano, non ci fa sentire la stanchezza per il lento salire. Siamo distratti, impressionati da quanto vediamo: a sinistra il blu cupo del mare profondo e davanti il mare verde del prato basso, qualche cespuglio e enormi chiazze di erica rosa che meriterebbero sfumature ben più delicate di quelle che troverò dalla mia nikkon.
Il lontananza, nei vapori della calura del pomeriggio, un flash intermittente, dal punto più alto del promontorio, ci richiama al mare, al cappuccio rosso e cristallo sull’enorme torre bianca del faro di Howth. Sul bordo dello strapiombo potresti lasciarti andare in vaghezze letterarie…uno stridio irritante ci costringe a mettere a fuoco una sterminata, sfilacciata nuvola bianca, una corrente ascensionale di migliaia di gabbiani dalla schiuma della marea su a scalare la roccia verticale sino alla base del faro. Dum… dum.. dum..improvvisamente il vociare scompare.. la nuvola si appiccica alla parete scusa… dum.. dum..ecco la ragione della tregua, il diesel di un rugginoso, goffo peschereccio; una vela quadra, rossa, sbrindellata, a prua, a sostenere una scia quasi invisibile in quel blu immobile. Marinai a bordo? Adesso qualcuno comparirà per i consueti, turistici sbracciamenti. La barca va, comunque ci supera e la nostra incredulità è risvegliata da una sovrastante melodia, metallica, diffusa dalla poppa di quella irreale carretta.
Guardandoci l’uno con l’altro non possiamo sbagliare….abbiamo tutti l’età per riconoscere ed accompagnare silenziosamente il canto…let it be…let it be, malia del flash-back, sospinta dalla brezza umida del mare ormai quasi rosso. Poi la zuppa di cozze….


Maurizio



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