Le dritte di Jonas
Irlanda: la pioggia che accende l’erba di luce
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di Anna, agosto 2007

irlanda in bicicletta Il cielo è nero, carico, sopra le nostre teste mentre piove a catinelle e ogni goccia che tocca terra sembra accendere una luce scintillante tra l’erba verde chiaro.
Trasciniamo i nostri bagagli su per la salita, pioggia dall’alto e pozzanghere sotto i nostri piedi. Ci accompagnano folate di vento freddo, mentre la mente si affanna a visualizzare quante paia di scarpe e calzini ecc. abbiamo messo in valigia.
Cappuccio in testa e passo celere verso questo albergo del ‘cervo’ … ma come gli sarà saltato in testa a quelli di Jonas di piazzarci in una posizione così scomoda? Forse è una vacanza che parte male, un segno del destino!
I bambini con i loro zainetti accelerano e rallentano, ora lamentandosi, ora facendo a gara tra loro. Hanno già un aspetto alquanto grondante, passo dopo passo la salita sembra non terminare mai e l’Hotel è sempre una piccola macchia all’orizzonte, di lato si aprono ampi campi da golf e si intravedono giocatori con le loro attrezzature, del tutto incuranti del maltempo.
Ora non piove più, ma il cielo è sempre plumbeo. Finalmente l’insegna si legge chiara: ‘Deer Park Hotel’, ci siamo (dieci in rapporto di uno a uno, tra adulti e bambini) stanchi, zuppi e rumorosi, rompiamo la quiete dei campi da golf, impazienti di trovare rifugio al caldo e all’asciutto.
Prima di entrare, nel prendere fiato, mi volto indietro per un momento e, inaspettatamente, rimango senza fiato. Non si tratta dell’affanno per la salita, la stanchezza, la pioggia, no… è come se a sorpresa avessero dipinto uno scenario dietro di noi, gli occhi si riempiono di colori, luci, forme: in lontananza uno squarcio di mare, un varco di azzurro nel cielo lo accende di luce, un’isoletta “l’occhio d’Irlanda” emerge come una pennellata di verde nell’avion del mare, riempie la baia, e al di sotto, in un curioso effetto di prospettiva stratiforme, gli alberi e i campi, in gradazioni di verde scuro e verde chiaro contrastano tra loro, divisi da una stria scura, il viale che ci affannava fino a poco fa, ora desolato e quieto.
Fisso estasiata la prima cartolina indelebile di questo luogo.
La vista mozzafiato ci zittisce più dell’affanno, annullando qualsiasi dubbio, e ci paralizza ancora qualche minuto lì al freddo e all’umido, fino a quando il brivido provocato dall’ennesima folata di vento, insieme alla curiosità rinvigorita, ci convince a mettere piede dentro, dove in pochi minuti ci liberiamo di key-way, felpe, zaini.
Da questo momento in poi spesso sbircerò da una finestra o uscirò fuori per assaporare lo spettacolo gratuito che ci offre il promontorio. Nel corso della settimana saranno diverse le combinazioni di luce e colori che tingono terra, mare e cielo con tonalità di verde, azzurro, grigio, bianco, rosso, nero, a seconda dell’umore del meteo.
Tra una pedalata e una camminata a piedi, l’hotel ci rianima e ristora, ci abbandoniamo così al calore e al relax della piscina con sauna, peraltro ottimo incentivo per grandi e piccoli a vincere ogni forma di avvilimento e fiacca, e ci attiviamo, invece, di fronte ai sapori di piatti policromi e coreografici in sala pranzo, dove strowberry, blackberry e rasberry impazzano, sia a colazione, che a cena, nell’essenza di yogurt e succhi o nella decorazione di piatti starter e dessert.
Non solo clima e paesaggi eterogenei, anche persone diversificate nei tratti e nelle abitudini: alte, basse, magre, grasse, indossano, impassibili, prendisole, magliette, ma anche felpe e key-way, qualcuno gira con l’ombrello (sarà un turista!)... nella varietà non ci sentiamo troppo extraterrestri con il nostro abbigliamento avvolgente e protettivo, ma quelli, anche un po’ attempati, che, silenziosi e rilassati, fanno il bagno nell’acqua gelida ci sembrano davvero ‘extra’.
L’unica irlandese rossa e riccia, con la carnagione chiara…è finta: mia sorella!
Tutti gli altri mi sembrano una miscellanea di razze diverse e arguisco che c’è anche qualche tratto mediterraneo nel rumoroso traffico di Dublino e nella versatilità con cui i pedoni intendono il rosso!
Per la colazione a sacco, scopriamo lo Spar, da subito rinominato ad unanimità Despar (the spar) ma pare che non siamo gli unici ad amare i giochi di parole, ci siamo ben armonizzati con la stessa inclinazione degli irlandesi, visibile in diverse insegne di negozi: ‘CYCLELOGICAL’ ad esempio, che sovrasta una vetrina piena di bici, è la prima da immortalare in foto, anche perché sono una psicologa appassionata di bici; non male anche ‘WINE NOT’ su di un pub, e se ne trovano svariate altre nei titoli dei libri, all’interno di fantastiche librerie nelle quali mi tratterrei volentieri più a lungo.
La successione degli spostamenti è complessa, il gruppo è di trenta, con la più alta percentuale di bambini, ci dicono Michele e Graziella, le nostre guide, un po’ scettici all’accoglienza, ma alla fine conquistati dalla banda dagli otto ai tredici.
La biciclettata sulla sabbia verso Malahide, tra fatica e piacevolezza, è il percorso che merita il voto più alto: rivoli di mare nella sabbia attraversati sulle due ruote, con la marea che ci insegue tra giochi di luce argento nei riflessi di cielo e mare. E’ molto Jonas, è molto libertà, è molto ecologico, è molto culturale.
Vorrei poterlo fare ogni volta che mi gira storta la vita. Anche col vento, la pioggia e il cappuccio in testa.
Non tanto da meno è il sentiero che sovrasta la scogliera di Howth, con la compagnia delle foche sotto di noi, macchioline nere che spuntano dall’acqua per rituffarsi.
Al rientro, ogni pomeriggio ci tocca affrontare il viale che porta al ‘Deer’, quella traccia in salita tra il verde brillante a terra e il verde scuro sugli alberi, oltre i quali fanno capolino lingue di mare, sotto un cielo che si diverte a creare scenari fantasiosi, come ben riproducono le foto che, una volta a casa, rianimano la memoria.
La salita, con la pioggia o con il sole è sempre una sfacchinata, fin dal primo giorno mi sono chiesta quanta (poca) ne avrei scalata in bici e infatti l’ho fatta spesso a piedi con la bici a mano. Qualche volta c’era un bimbo da incoraggiare, qualche altra un compagno del gruppo con cui chiacchierare, ma anche in libertà il fiato si mozzava sempre a metà.
L’ultimo giorno, però, ho superato il mio record personale, pedalando fin oltre il tratto per ‘pedestrian’ sulla destra, ho superato sulla sinistra il primo, il secondo e il terzo albero, fino all’ultimo respiro!
Il tutto, più o meno, pari ai due terzi della salita, ma Jonas vuol dire anche sentirsi spronati a giocare con i propri limiti, insieme agli altri.
Del gruppo di compagni di viaggio conservo un’immagine multiforme e cangiante, come quella dei cieli d’Irlanda, un insieme di nubi tratteggiate da chissà quali volubili correnti: vaporose, cariche, stratificate, avvolgenti, incombenti, delicate, rilucenti, tumultuose, abbaglianti, per ognuno di loro sagoma e colore che ricordano un diverso umore.
In conclusione, se ripenso al mio viaggio in Irlanda, sono sopraffatta dalla nostalgia, non solo birra e ospitalità, ma stupore e varietà in tutte le salse in una terra poliedrica che, non a caso, ha generato scrittori, poeti e musicisti singolari.
Secondo me, un’immersione nella molteplicità di colori, sapori e luci, qualche volta impenetrabile, qualche altra traboccante, ma costantemente illuminata dal mistero dell’erba scintillante di gocce di pioggia cadente.
Terra di Guinness per la birra, ma soprattutto terra da guinness per la scenografia.


Anna




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