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Corfu': un viaggio in barca a vela
di Pasquale, Settembre 2008
Veleggiare non è viaggiare. Voglio dire…non ci sono mete fisiche da raggiungere o forse queste sono solo strumento, viatico per un altro percorso, quello della mente. In barca a vela non si viaggia, ci si allontana, si ascolta. Si ascolta lo sciabordare ritmico della prua e ci si allontana, si ascolta il vento e la sua forza che speri gonfi le vele, si ascolta il vento e la sua furia a ricordarti che non c’è nulla che valga la pena di ricordare. Ci si allontana… e si ascolta…si ascoltano i suoi silenzi e i tuoi … e percepisci il tuo stato: sei uomo e sei solo. Nessuno dei presenti in barca percorrerà i sentieri che solo a te si apriranno una volta diradata la nebbia. Ogni componente dell’equipaggio farà il suo viaggio, ascoltando solo la voce del vento e quella dell’acqua e allontanandosi in fretta da dove è partito. Veleggiare non è arrivare. E’ percorrere altre strade per un fine ultimo che resta sempre “la conoscenza”, ma non quella reale, bensì quella interiore. Veleggiare non è misurare le distanze, ma misurare se stessi. E’ sforare il limite delle tue paure. E’ vivere in una stanza buia a sfidare l’uomo nero della tua infanzia, dove il cigolio della porta misteriosa rivive nei cigolii inquietanti delle sartie. Una barca a vela non si desidera, non si possiede, non si compra. La barca a vela ha un’anima ed è giusto rimanga del suo Caronte. Puoi solo chiederle di navigare, di attraversare, che siano mari o inferi, di collegare le sponde ignote della dimenticanza e della purificazione e poi di tornare. Issare il fiocco, lascare la randa, poggiare o strambare …fatica e sudore che servono solo a darti il falso senso di governare uno strumento che… governa se stesso. La barca a vela ha un’anima. Risponde solo ai sussurri del vento. Tu puoi solo amarla…ed ascoltarne i silenzi.
Pasquale
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