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Scopriamo Vieste partendo dai trabucchi dei pescatori...


tremiti caicco Fonte: viaggi.repubblica.it - 04/06/2010

«Non tutte le suocere vengono per nuocere. Io devo benedire la mia che mi ha regalato una grande ricchezza: un trabucco». Scherza Enzo Spalatro, insegnante di professione ma trabuccolante per passione, mentre sistema la rete che gli sta arrotolata davanti ai piedi. I suoi occhi azzurri seguono forme e linee del mare.

«Ho sempre amato la pesca con la canna e la barca, ma mai ero salito su un trabucco, fino al giorno in cui mia suocera, donna testarda, mi portò un contratto d’acquisto di quello che io amo definire un gigante. Così senza sapere come si usava, mi sono ritrovato proprietario di un trabucco a Vieste. Da allora è divenuto la mia più grande passione».

Il Maestro, come qui lo chiamano tutti, racconta che queste ingegnose macchine da pesca (permettono ai pescatori di proiettarsi in mare, fino a 45 metri di distanza da terra, attraverso le lunghe antenne usate per calare il trabocchetto, la rete che serve per intrappolare il pesce, da cui il nome) sono sempre state immobili sugli scogli, già molto tempo prima che sulla costa pugliese sorgessero città e abbazie. Il trabucco, che si staglia sulla roccia e si specchia sul fondale, affascina per il suo aspetto e per quell'intreccio di travi e funi, così fragile e leggero allo sguardo, quanto flessibile e resistente alle mareggiate.

Frutto dell'ingegnosità degli artigiani di un tempo, rappresenta la più antica tradizione marinara del Gargano e oggi, continuando nella loro funzione, sono divenuti patrimonio culturale della Regione Puglia. Ce ne sono circa trenta, concentrati nel tratto di costa da Vieste e Peschici. Una dozzina sono stati rimessi in attività, grazie al lavoro paziente dei trabuccolanti-proprietari e alla joint-venture tra l’A ssociazione I Trabucchi del Gargano (di cui fa parte anche Spalatro), il Comune di Vieste e l’Ente Parco del Gargano.


Tra quelli in funzione vi è il trabucco di Punta S. Croce, gestito dal Maestro, dal quale assistere alla pesca (su prenotazione) o semplicemente ammirare la struttura e il faro di fronte. «Il mio vero rifugio, però», sottolinea il Maestro, «rimane il trabucco avuto in dote, vicino alla baia di S. Lorenzo, più isolato e nascosto. Salirci è come ritrovare il punto di incontro tra acqua, cielo e terra. Ci vado al mattino presto, quando non c’è nessuno. Sembra di stare su un enorme ragno che ti abbraccia con la sua tela. Il mio mondo è quassù e se qualche volta mi sento solo, parlo con i miei migliori amici: Genoveffa e Vercingetorige, due gabbiani che si fermano sulle articolazioni di quest’opera ingegnosa».

Un leggero vento s’insinua tra i pali conficcati nella roccia, accarezza la rete dove ancora si muovono tanti piccoli pesci (il mare qui è tra i più pescosi dell'Adriatico) e vi deposita un po’ di sabbia. Sabbia sottile di un bianco acceso, come bianco è il colore di Vieste. Le case, le scalinate a picco sulla scogliera, le viuzze, sembrano spolverate di borotalco per come sono candide. Si gira con lo sguardo attratti dai fregi di una finestra o dalle decorazioni di un palazzo che suggeriscono i fasti del passato.


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