Il racconto del pontile

di Luisa, Maggio 1999

Da qui inizia il racconto del mio viaggio: non in tempo reale, non giorno per giorno. Non sarà cronaca.
Non mi sembra vero: in questo luogo dove il tempo non conta e dove il concetto di come scandirlo è bandito, non ho trovato il tempo per scrivere!
Sarà un ricordare a ritroso, in cui finalmente il mio senso biologico del reale si è convertito in quello che regola e scandisce il mio universo onirico: sarebbe come entrare in un tunnel spaziale. Da una parte sai cosa lasci, ma dove arrivi, non lo sai. E può essere che lì dove sei andato, del tempo non ne tenga conto nessuno. Altre sono le cose che scandirebbero la tua vita ...
Posso cominciare il racconto così: ebbe inizio sul pontile del paese che si lascia per arrivare all'isola di Cubadak. Sul pontile di cemento del porticciolo attendiamo la barca del villaggio. C'è un'attesa breve, la barca ci aspettava due ore prima, ma con il ritardo dell'aereo ha fatto spola due volte di seguito.
Da questo pontile comincia il viaggio e sul pontile di Cubadak ci allungheremo, sederemo, tufferemo e riposeremo. Dal pontile di Cubadak guarderò il Paradiso chiedendomi se non è poi così difficile "crederci". Chiedendomi perché, se questo è il paradiso e se finalmente l'ho trovato, qui, dove non mi aspettavo nulla, allora perché me ne vado? E perché non mi sento il peso nel cuore che mi lascia il dare l'addio ad un bel posto in cui sono stata bene?
Tenterò di trovare una risposta formulando un'ipotesi: non sento il cuore appesantito, ma sollevato. Sollevato dalla domanda che più mi pesa: esiste un paradiso anche per me? Forse, forse sì, ora che sono stata qui mi pare che ci sia una possibilità, mi sento alleggerita di un peso, un peso che mi trascino dietro da molto tempo. Ora, dopo circa una settimana che sono tornata, comprendo che l'istinto mi precede e, come spesso accade, neanche io colgo nel momento in cui accadono il vero significato dei fatti.
Ho lasciato la mia copia del "Grande Boh" di Jovanotti a Sebastiano. L'ho solo cominciato. Lui li divora i libri: ha tutto il tempo per leggerseli e per goderseli. Per leggerli io devo rubacchiare tempo ed energie come un bambino le caramelle di nascosto! Sulla prima pagina del libro Lorenzo parla di viaggi, di casa e di bagaglio. Quello che pesa, quello che malgrado pesi ci portiamo sempre dietro, ce lo trasciniamo imprecando, ma non ce ne liberiamo. Anche potendo fare a meno di qualche chilo, ce lo portiamo comunque dietro. Un peso quasi morale, lo scotto e la punizione per chi tenta di ritrovarsi in un 'dove' che non è mai dove sta già. Un fuggitivo, con la catena corta. E una grossa palla dall'altra parte. Lorenzo parla di posti dove si è sentito di poter alleggerire il suo bagaglio. Per me Cubadak è uno di questi posti.
Mi sono spostata sempre verso un posto dove avevo degli amici, per non sentirlo troppo estraneo. Per non sentirmi troppo a disagio ... retaggio dei timidi. A Sebastiano ho lasciato il mio libro, scritto da un confuso geniale della mia generazione. Io amo quel libro. E sono grata a Lorenzo per le cose che scrive e per aver trovato il modo per raccontare con le sue parole anche i miei viaggi, quelli brutti, che mi portano fuori, ma di testa. Gli ho lasciato il mio libro con una dedica scritta poco prima di partire, quando stavamo ancora seduti attorno al tavolo, sotto il cottage, in sala da pranzo. Glielo avevo promesso. La dedica suona più o meno così: "Ti invidio un casino Sebastiano, perché ti sei trovato una casa bellissima. Io vado sempre dove ho degli amici, perché nel tempo, cercando una casa mia, ho scoperto che là dove ho degli amici, trovo ciò che di più simile ho avuto ad una casa. Ti ringrazio, perché qui ho potuto alleggerire il mio bagaglio".
Fa le sue solite smorfie da bambino malizioso quando la legge. Ma so che ha capito. So anche che sta ridendo di me e di Silvia, perché malgrado pensiamo che questo è il paradiso, e che là dove torniamo facciamo una vita che non ci fa stare così bene, malgrado ciò, come tutti gli altri passati di qua, vi ritorniamo. Ci guarda inclinando la testa di lato e con i suoi sguardi espressivi pensa (ma non dice): "Ah bimbe, state sbagliando tutto!" Forse ha ragione. Ma lo dobbiamo prima provare. L'istinto è solo un lungo pontile che ti porta in fondo, dove poi devi fare una scelta. Spetta a te saltare, lui ti mostra solo la via di accesso. Il resto, è un viaggio della coscienza. È iniziato su un pontile ed è finito su un pontile. Me lo sono sognato per tre giorni dopo che sono tornata.
Ho visto i miei piedi camminare sulle assi sconnesse del pontile, li ho visti con la luce del giorno e con la luce della luna. Ho sentito il pontile sotto i miei piedi. Mi sono svegliata, perplessa e stordita. E ho desiderato aver seguito il mio istinto. Due anni fa un'indovina mi disse che io sono come il vento, come il vento è la mia tenacia, che lieve, o forte, prima o poi modella le cose. Ma ha tralasciato una cosa: non si cheta mai. E questa cosa mi fa desiderare il pontile.


Luisa